SOS AMAZZONIA

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di ELISABETTA FESTA

Il Decreto Presidenziale “910” con cui il governo di Jair Bolsonaro (Presidente del Brasile) intendeva regolarizzare la proprietà fondiaria a favore di chi la occupa è stato approvato il 19 maggio 2020. La partita per accaparrarsi l’Amazzonia sì è conclusa.

Parliamo di 65 milioni di ettari di terre pubbliche cedute alle lobby dell’agro-business, del settore minerario e dei tagliatori di legna. A nulla sono servite le mobilitazioni delle comunità native che hanno ricevuto l’appoggio dell’opinione pubblica mondiale, di associazioni della società civile e ONG (Organizzazioni Non Governative). L’Istituto di ricerche spaziali brasiliano INPE (Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais) ha reso noto che dall’inizio del 2020 sono andati persi 796 km quadrati di foresta. La deforestazione in Amazzonia ad aprile è aumentata del 63,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. L’area più colpita resta quella di Ituna-Itatá nello stato di Pará.

Il Decreto, così come denuncia “Greenpaece Brasile”, rende ancor più difficile la situazione già critica alle popolazioni indigene, alle quali viene negata la libertà di espressione e di associazione, mentre le aziende sono autorizzate ad invadere e a distruggere interi territori. “Quello che sta accadendo ai popoli indigeni del Brasile è un vero e proprio assalto genocida”, ha dichiarato Fiona Watson (Direttrice del Dipartimento Ricerca e Advocacy di Survival International), il movimento mondiale per i diritti dei popoli autoctoni. “Un numero incalcolabile di terre indigene – denuncia – viene invaso con il sostegno di un governo che vuole distruggere completamente i primi popoli del Paese e non fa nulla per nasconderlo”.

Al problema della deforestazione si è aggiunto anche il problema dell’epidemia COVID-19 che in Brasile ha causato e causa tutt’ora numerose vittime. Le conseguenze sono devastanti. Nella regione – che si estende per nove Paesi dell’America Latina e rappresenta quasi un terzo della superficie continentale – secondo la “Rete Ecclesiale Pan Amazzonica” (Repam), che monitora quotidianamente l’evolversi della pandemia, si contano ormai oltre 58mila malati di Coronavirus e 3.554 vittime. I dati finora non facevano distinzione tra nativi e il resto degli abitanti amazzonici. Ora, però, grazie alla collaborazione con la Coordinadora de las organizaciones indígenas de la cuenca amazónica (Coica), Repam ha realizzato una mappa precisa del contagio nelle comunità indie, troppo spesso dimenticate nei registri ufficiali e dalle politiche governative.

In base allo studio, il COVID-19 ha colpito 526 nativi di 33 differenti popoli e ne ha uccisi 113. Numeri piccoli in termini assoluti ma drammatici se rapportati allo scenario amazzonico, dove numerose comunità ammontano a qualche decina di abitanti. Oltretutto, le principali vittime sono gli anziani, custodi della memoria ancestrale e “pilastri” dei villaggi. Nel bilancio, inoltre, non compaiono gli Indios che abitano nelle metropoli della regione, come Manaus o Iquitos, i quali non vengono più considerati tali. La metà dei casi è concentrata nell’Amazzonia brasiliana dove si riportano 70 decessi. (Fonte Avvenire.it Lucia Capuzzi).

Paulinho Paiakan

Una vittima eccellente del COVID-19 è stato Paulinho Paiakan, capo della tribù Caiapó Bep’kororoti, figura carismatica nella Amazzonia indigena, leader amato e rispettato dalla folta comunità dei nativi brasiliani, protagonista di mille battaglie, artefice della Carta Costituzionale che nel 1988 sancì il diritto alla terra per 900 mila indigeni delle 240 tribù presenti in Brasile. Niente e nessuno era riuscito a piegarlo, i cercatori d’oro illegali, i taglialegna, la polizia, il governo, nemmeno la condanna per uno stupro da lui sempre negato. Aveva 60 anni. Nel suo villaggio il contributo per la sopravvivenza fornito agli indigeni del Brasile resta immortale. (Fonte La Repubblica Daniele Mastrogiacomo).

Incendi in Amazzonia

L’Amazzonia, il più grande polmone del nostro pianeta, sta bruciando ad una velocità impressionante. Nel corso del mese di giugno, gli incendi sono aumentati quasi del 20% raggiungendo il massimo degli ultimi 13 anni. La maggior parte di essi sono di natura dolosa, innescati perlopiù da taglialegna criminali e agricoltori che vogliono far spazio sul terreno a danno delle splendide foreste. Secondo le stime rilasciate a giugno dall'”Istituto di “Ricerca Ambientale dell’Amazzonia” (IPAM), a essere devastata dalle fiamme nel corso dei prossimi mesi potrebbe essere un’area di almeno 4.500 chilometri quadrati.

Gli incendi del 2019 hanno generato proteste a livello internazionale, con minacce di sanzioni da parte di governi stranieri e unanime condanna delle politiche ambientali attuate dal Presidente Bolsonaro, criticato per aver tagliato i finanziamenti al Ministero dell’Ambiente. Ricordiamo che l’Amazzonia per il 60% ricade in territorio brasiliano, ospita circa tre milioni di specie di piante e animali e un milione di indigeni. Secondo gli scienziati, quando la deforestazione totale raggiungerà il 20-25%, potremmo essere vicini al “punto di non ritorno”,  ciò potrebbe accadere nei prossimi 20 o 30 anni. (Fonte Francesca Mancuso www.greenme.it)

Un celebre antropologo, il francese Claude Lévi-Strauss, pubblicò nel 1955 un saggio dal titolo “Tristi Tropici”, strutturato come un vero e proprio diario di viaggio, scritto visitando alcune tribù delle zone interne del Brasile nel cuore dell’Amazzonia. A far diventare l’opera una pietra miliare per l’indagine etnologica fu soprattutto l’atteggiamento dell’autore nel rapportarsi alle culture oggetto di studio. Egli eliminò quel senso di superiorità tipica di molti occidentali che a suo parere non trovava fondamento alcuno, avendo ogni cultura trovato il modo di risolvere i problemi con cui si era dovuta confrontare. Nonostante fosse portatore di altri modelli socio-culturali, Claude Lévi-Strauss trovò straordinaria la civiltà amazzonica.

Donna caduveo col viso dipinto

E’ davvero triste constatare come il Presidente Bolsonaro stia decidendo deliberatamente di uccidere le sue stesse radici, contribuendo all’estinzione di popoli e di terre pregni di storia e di saggezza, unici. Grazie all’opera dell’antropologo francese ne resterà indelebile il ricordo, l’ammirazione per gli splendidi visi dipinti delle donne caduveo, le danze funebri dei Bororo, le tenerezze familiari, il riposo dei Nambikwara, le loro capanne di foglie costruite durante la stagione delle piogge.