LA “TEORIA DELLE ÉLITE”

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Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto

di ELISABETTA FESTA

Gaetano Mosca (giurista, politologo e storico delle dottrine politiche) è stato docente di Diritto Costituzionale e di Scienze Politiche in prestigiose università italiane. Nel 1909 fu eletto deputato al Parlamento con la Destra per poi diventare avversario del Fascismo a seguito del “delitto Matteotti”. Infatti, nel 1925, fu tra i firmatari del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Benedetto Croce.

Mosca è classificato tra i più importanti esponenti della corrente di pensiero dell’“Elitismo”. Più precisamente, è il fondatore della “Teoria delle classi politiche”. Egli nella sua analisi sul potere politico, critica la tripartizione aristotelica delle forme di governo: Monarchia, Oligarchia, Democrazia, sostenendo che delle tre ne esiste una sola, ossia, l’Oligarchia. Egli ritiene che in ogni società vi sono due classi di persone: i governanti (Élite che detengono il potere politico) e i governati (i cittadini). Secondo Mosca, l’Élite al potere è organizzata in modo tale da mantenere a lungo la propria posizione a tutela dei propri interessi, utilizzando le risorse pubbliche disponibili. Pertanto, reputa utopie la Democrazia, il Parlamentarismo, il Socialismo, teorie politiche atte a legittimare un potere che in realtà è sempre in mano a pochi.

Mosca si occupò esclusivamente delle Élite politiche nel ruolo di conduttori della società. Nel suo pensiero vi sono due casi ricorrenti della vita politica: a) l’uomo solo al comando. b) l’Élite si fa scalzare dalla massa mossa dal malcontento. Nel primo caso, siamo di fronte all’autocrazia, all'”assolutismo politico”, chi comanda riceve da se stesso l’autorità. Nel secondo caso, la massa, se vittoriosa, riprodurrà di nuovo una  classe politica ristretta.

Mosca soleva affermare: “È vero, come ci ha insegnato Karl Marx che la storia dell’umanità è una storia di lotta, ma non si tratta di lotta economica, bensì di lotta politica. È lotta tra una minoranza che vuole continuare ad essere classe politica e un’altra minoranza che aspira a diventarlo”.

A sposare la “teoria dell’elitismo” fu un altro grande pensatore, tra le menti più eclettiche della seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del  Novecento: Vifredo Pareto (ingegnere, economista e sociologo italiano). Nel suo “Trattato di Sociologia Generale” egli delineò la formazione delle Élite come fattore ineluttabile della vita associata e la loro “circolazione” quale evento insopprimibile del divenire storico delle comunità organizzate.

Secondo Pareto, le leggi non scritte hanno più senso di quelle vergate e tramandate. Il senso della visione paretiana è nella logica della dimensione organizzativa che gli uomini, da quando hanno scoperto la vocazione alla convivenza ed alla formazione di gruppi omogenei, hanno spontaneamente accettato. Ma questi gruppi di comando non sempre rispondono alle esigenze del popolo, anzi, il più delle volte, anche nelle democrazie, quest’ultimo è soggiogato dai centri di potere che guerreggiano tra di loro al fine di stabilire la supremazia. 

Il popolo, insomma, almeno da due secoli a questa parte, è l’alibi che le classi dirigenti utilizzano per compiacere se stesse e servire potentati – attualmente soprattutto economico-finanziari e mediatici  – che con il “sentimento e le istanze popolari” hanno ben poco da spartire.

Il lascito intellettuale degli “elitisti”, dunque, è che nessun sistema socio-politico è immune dalla lotta per il potere intrapresa dai vari gruppi in gioco. Se questo è il quadro vuol dire che, al di là delle idee politiche che si nutrono, dalle Élite non si può prescindere. (Fonte: Le formiche.net di Gennaro Malgieri).