INCHIESTA CORONAVIRUS – ORBÁN: GLI EFFETTI DI UNA DISCUTIBILE IMPOSIZIONE AUTORITARIA

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ORBÁN

di GIORGIO LONGOBARDI

Il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orbán ha ottenuto ciò che, molto probabilmente, desiderava da tempo per regimentare la guida di una nazione che continua a subire numerose limitazioni. Il Parlamento ungherese ha, difatti, votato una legge speciale che dà pieni poteri al premier sovranista. Una scelta opportuna a detta dei membri governativi, il cui cardine ruota intorno allo stato emergenziale causato dal propagarsi del coronavirus, fattore epidemico capace di mandare in totale stasi buona parte del pianeta Terra. E la cui incidenza, sul suolo magiaro, conta solo 447 casi di contagio con 15 morti accertati. Una stima oggettivamente approssimativa, visto e considerato che i servizi sanitari effettuano pochissimi tamponi. Per non parlare, poi, del livello medio delle prestazioni offerte dal sistema sanitario locale, privo di tute, guanti e mascherine e con soltanto 2560 apparecchi di respirazione al servizio dell’intera comunità nazionale.

I dettagli di una legge dalle sfumature autoritarie

La legge sui poteri speciali a beneficio di Viktor Orbán è passata mediante il conteggio di 138 voti favorevoli surclassando, così, i 53 contrari di un’opposizione che non ha di certo mascherato la sua profonda delusione in tal senso. Basti pensare all’estrema destra dello Jobbik (!), che ha denunciato il colpo di Stato; o al leader dei socialisti ungheresi Bertalan Toth, il quale ha affermato che ciò ha dato il via a una vera e propria dittatura che sfrutterà un momento di disagio generalizzato in cui, invece, bisognerebbe mantenere un profilo comprensivo e flessibile a seconda dell’andamento degli effetti che produrrà il coronavirus nel breve e nel lungo periodo.

Poter disporre di diritti di governo, di poteri straordinari privi di vincoli temporali, di governare basandosi sui decreti, di chiudere il Parlamento, di cambiare o sospendere le leggi, di imporre il carcere a chi divulga notizie false e di bloccare le elezioni delinea uno scenario dove la democrazia resta tremendamente al palo. Un quadro discutibile ma pienamente appetibile per esponenti istituzionali continentali votati a un radicalismo anacronistico.

Gli effetti della visione Orbán

Quanto descritto e analizzato in precedenza dà sostanza a una carriera politica incanalatasi verso una concreta diminuzione delle libertà, individuali e non. Nel corso degli anni, la visione di Orbán è passata da una posizione liberale ad una di stampo nazionalista che, tra le altre cose, alimenta costantemente le preoccupazioni dell’Unione Europea. Tant’è che un anno e mezzo fa il Parlamento Europeo chiese l’opzione nucleare per escludere l’Ungheria dal processo di voto in sede istituzionale europea dopo aver sospeso, a tempo indeterminato, la partecipazione del Fidesz al relativo gruppo politico.

Insomma, una guida autoritaria fautrice di norme che limitano la libertà di stampa, di discriminazioni nei riguardi di rom, musulmani e ebrei e di favoritismi materiali per gli adepti della sua personalissima cerchia. Tasselli controversi di una politica da condannare poiché parte integrante di altri provvedimenti legati all’accentramento del potere giudiziario nelle mani del suo partito o alla promulgazione di interventi vessativi, come la cosiddetta “legge schiavitù”. Un testo in completa antitesi con la dignità umana e professionale capace di porre i lavoratori in una condizione a dir poco avvilente e di dare credito a una prospettiva nefasta per il popolo magiaro, soprattutto quando lo stesso Orbán deciderà di far riprendere il normale corso degli eventi una volta superato il picco emergenziale. Ed in maniera arbitraria, ovviamente.