LE DONNE NELLA POLITICA ITALIANA: DALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE ALLE QUOTE ROSA

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di ELISABETTA FESTA

“Il 2 giugno 1946 il suffragio universale e l’esercizio dell’elettorato passivo portarono per la prima volta in Parlamento anche le donne. Si votò per il referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente che si riunì in prima seduta il 25 giugno 1946 nel palazzo Montecitorio. Su un totale di 556 deputati furono elette 21 donne: 9 della Democrazia Cristiana, 9 del Partito Comunista, 2 del Partito Socialista e 1 dell’Uomo Qualunque.

Alcune di loro divennero grandi personaggi, come Matilde Jotti e Angelina Merlin, altre rimasero a lungo nelle aule parlamentari, altre ancora, in seguito tornarono alle loro occupazioni. Tutte,  però, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l’ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative. Donne fiere di poter partecipare alle scelte politiche del Paese nel momento della fondazione di una nuova società democratica. Per la maggior parte di loro  fu determinante la partecipazione alla Resistenza con gradi diversi di impegno e tenendo presenti le posizioni dei rispettivi partiti. Spesso fecero causa comune sui temi dell’emancipazione femminile, ai quali fu dedicata, in prevalenza, la loro attenzione. Questa intensa passione politica le porterà a superare i tanti ostacoli che all’epoca rendeva difficile la  partecipazione delle donne alla vita politica.”  (Biblioteca del Senato Emeroteca, “Le Donne della Costituente”, Ottobre 2008)

Sono passati ben 74 anni da quello straordinario accadimento. Qual è la situazione attuale delle donne nello scenario politico italiano?

REPORT

Partiamo dai dati: questi ci dicono che le donne in Italia rappresentano oltre la metà della popolazione, malgrado ciò solo un terzo di queste, occupa delle cariche politiche nazionali. Una realtà davvero avvilente che dimostra quanto sia lontana l’agognata parità numerica in questo contesto, che evidenzia un grosso limite nella rappresentanza degli interessi e dei diritti specifici della donna. I primi tentativi di aumentare il loro numero nelle cariche elettive, furono implementati nel 1993, quando il primo Governo Amato introdusse nelle elezioni locali e nazionali le quote di genere.

Esse costituirono un rimedio adottato dal legislatore per garantire una presenza del sesso meno rappresentato nelle istituzioni politiche e non solo. Questi sforzi basati, allora come oggi, su liste alternate e quote numeriche, vennero vanificati due anni dopo, dalla sentenza di illegittimità emanata dalla Corte Costituzionale. L’uguaglianza politica, garantita dagli articoli “3” e “51” della Costituzione, era infatti intesa fino ad allora solo in modo teorico, e non come obiettivo concreto da raggiungere. Solo nel 2003, la mancanza viene corretta, tramite una legge costituzionale che esplicita il dovere della Repubblica di promuovere, e non più solo di  garantire, con appositi provvedimenti, le pari opportunità tra donne e uomini.

Vengono quindi riconosciuti gli ostacoli sociali e strutturali che impediscono un paritario accesso delle donne alle cariche politiche. Da allora, non senza polemiche e accuse, le quote di genere sono state reintrodotte nel 2004 a livello europeo e nel 2012 a livello nazionale. Al momento, le cosiddette “quote rosa”, vengono applicate a tutti i livelli: dalle elezioni comunali alle europee, in forme quali: preferenze alternate nelle liste e proporzione tra i due sessi pari almeno al 40:60 sia nelle stesse, sia nei collegi uninominali.

Uno studio condotto da “IL SOLE 24 ORE” del gennaio 2019, ha evidenziato come la rappresentanza femminile in politica sia aumentata rispetto al passato. Attualmente, infatti, circa il 36% degli scranni del Parlamento sono occupati da donne, mentre nel 1994 erano soltanto il 13%. Tuttavia, la presenza in Parlamento non sempre si traduce in effettiva rilevanza. Nelle Commissioni Parlamentari, crocevia centrale del nostro iter legislativo, le Presidenti donne sono un’eccezione tanto alla Camera quanto al Senato e, nonostante un maggior numero di rappresentanti nell’attuale legislatura, il trend è stato piatto nel corso degli ultimi venticinque anni.

Di donne ai vertici dei dicasteri, inoltre, se ne sono viste poche. Sempre negli ultimi venticinque anni, la media è di circa 4,5% ministre per governo. Nei ministeri chiave ancora di meno, poco più di una per governo. Nel tempo però, si sono fatti passi avanti. L’attuale governo Conte (il secondo) ne presenta 7, poco più di un terzo del totale, ma soltanto quattro con portafoglio. Il governo Renzi è stato invece, il più “rosa” della storia, con ben 8 ministre, poco più del 40% del totale. (Report dati “Il Sole 24 ORE”, ”Donne in politica. Più quantità, ma troppo scarsa la rilevanza”, Tortuga, 09 Gennaio 2020)

Ministre governo Renzi

Ministre governo Conte-bis

POSSIBILE RIMEDIO

Tirando le somme, da quel lontano 1946, un graduale miglioramento si è registrato, anche se siamo ben lontani dal raggiungimento di un equilibrio tra donne e uomini nelle istituzioni. Per rendere più effettiva la rappresentanza femminile bisognerebbe focalizzarsi maggiormente sulle barriere che scoraggiano le donne dal competere nelle elezioni e condurre  campagna elettorale. Impedimenti culturali ben strutturati, come la diseguale distribuzione del lavoro domestico e gli stereotipi di genere, risultano ancora forti fattori deterrenti per l’opportunità e la legittimazione della partecipazione attiva alla vita politica da parte delle donne.

L’approccio intrapreso finora, basato sulle “quote rosa”, si è dimostrato abbastanza efficace nel promuovere una maggiore partecipazione femminile in politica. Ma diciamolo apertamente, considerare nel terzo millennio le donne come delle categorie da salvaguardare equivale a legittimare la loro “inferiorità”. Un passo ulteriore in questo senso è l’adozione, su base volontaria, di “quote di genere” per le posizioni interne da parte dei partiti politici. Tale pratica, diffusa nel Nord Europa, fatica però ad affermarsi in Italia, dove tra i maggiori partiti, soltanto  alcuni, menzionano nel loro statuto procedure volte a tutelare la parità di genere negli organi interni. Uno strumento più radicale per superare questo problema è quello suggerito dalla politologa Rainbow Murray.

Secondo l’accademica, infatti, una strada da seguire potrebbe essere quella, non più di presentare la questione come una carenza di rappresentanza femminile, quanto piuttosto come un’eccessiva rappresentanza maschile. Le “best practice” da introdurre sarebbero, quindi, delle “quote di genere” diverse da quelle in uso attualmente. Infatti, la prospettiva sarebbe “rovesciata”, con le “quote di genere” (da non intendersi come numero minimo di posti destinati ai rappresentanti di un sesso), ma, al contrario, come un limite massimo.

Tale cambiamento di paradigma potrebbe finalmente permettere di non percepire più le donne in politica come una sorta di minoranza da proteggere mediante quote minime, ma come una componente fondamentale della società avente lo stesso diritto dei maschi a partecipare alla vita politica. (Report dati dal “Il Sole 24 ORE”, ”Donne in politica. Più quantità, ma troppo scarsa la rilevanza”, Tortuga, 09 Gennaio 2020)

Del resto, citando una frase della indimenticabile scienziata e senatrice a vita Rita Levi Montalcini: “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla se non la loro intelligenza”.

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