“DARK ALLIANCE”: L’INCHIESTA GIORNALISTICA DI GARY WEBB

0
1325

di MARA PRINCIPATO

Nella meravigliosa terra del Nicaragua, intorno agli anni ’80 del Novecento, si era instaurato il governo dei Sandinisti di ispirazione socialista, contrastato da gruppi antagonisti, tra cui i Contras come contrarrevolucionarios, che negli anni successivi attaccarono ospedali e chiese.

Il caso salì all’attenzione dell’opinione pubblica, quando nel 1996 Gary Webb, giornalista del San Jose Mercury News, un piccolo giornale californiano con sede a Sacramento, pubblicò un’investigazione, completa di testimonianze, dettagli, date e documenti, nella quale dimostrava come agissero i controrivoluzionari.

Gary Webb, sia durante i suoi numerosi viaggi in America Centrale, sia analizzando documenti, sia ancora attraverso interviste a poliziotti, trafficanti, avvocati e membri della malavita di Los Angeles, fece una scoperta sorprendente, ovvero, che il sostenitore principale e finanziatore dei Contras era la CIA.

La Costituzione statunitense obbliga il Presidente (all’epoca dei fatti indagati era Ronald Reagan) a consultare il Congresso prima di intraprendere un’iniziativa militare internazionale. Pertanto, senza il consenso di quest’ultimo, il governo USA non poteva intervenire. Erano gli anni della “Guerra Fredda” e nell'”interesse” dell’America la Costituzione fu raggirata.

Gli Stati Uniti finanziarono i Contras con i profitti della vendita di armi all’Iran, cosicché quando il Congresso decise di bloccare l’operazione intervenne la CIA, il cui piano consisteva nel continuare a finanziare i controrivoluzionari, stavolta con i profitti derivanti dalla vendita di cocaina nel Nord America – soprattutto in California – la quale, per motivi geografici, era maggiormente accessibile.

In poco tempo fu organizzato un commercio su scala internazionale di tonnellate di cocaina, che quotidianamente, sotto la protezione della CIA, venivano caricate su aerei che partivano dal Nicaragua e atterravano in vari scali degli Stati Uniti.

Lo spaccio di droga ebbe un impatto devastante specialmente sulla popolazione afro-americana. La quantità di droga che ogni giorno giungeva nei quartieri poveri delle città californiane e degli altri Stati dell’Unione era esorbitante, come confermò Ricky “Freeway” Ross, uno dei malavitosi più potenti di Los Angeles, il quale confessò di aver fatto parte di un sistema ben organizzato che gli permetteva di vendere crack e cocaina per oltre 500 mila dollari al giorno.

Il giornalista protagonista di questa storia, il coraggioso Gary Webb, dopo aver scoperto e rivelato l’illecito, ebbe una serie di eventi spiacevoli che cambiarono la sua vita. Persino i giornali Washington Post e Los Angeles Times, screditarono fortemente il suo operato attaccandolo su vari fronti: dalla raccolta delle prove, alle tesi sostenute, scandagliando addirittura la sua vita privata.

Sotto la pressione di questi colossi del giornalismo americano, anche il San Josè Mercury News provò a convincere Webb a ritirare quanto denunciato, ma Gary restando fedele all’etica della professione continuò la sua inchiesta, allontanandosi finanche dalla sua famiglia per salvaguardarla. Grazie alla sua determinazione nel 1997 ricevette il premio di “Journalist of the year”, conferitogli dalla Bay Area Society of Professional Journalists.

Per opera della CIA e dei direttori dei principali giornali americani, l’inchiesta di Webb fu minimizzata, egli fu screditato e definito “pazzo”. La sua battaglia però continuò con un alleato al suo fianco Jordy Cummings, ex agente della CIA, il quale, così come Webb, aveva notato qualcosa di strano durante la sua attività di agente segreto. Nel 1998 Webb riformulò la sua indagine mettendo insieme il materiale a sua disposizione, contenuto nel libro “Dark Alliance: the CIA, the Contras, and the Crack Cocaine Explosion”.

Anche se consapevole di aver perso la sua battaglia contro una delle agenzie investigative più potenti al mondo, continuò a lottare fino a quando il 10 dicembre 2004 fu trovato morto a casa della moglie con due proiettili nel cranio, sparati dal proprio fucile regolarmente registrato a suo nome.

Il caso fu archiviato come suicidio, ma c’è da chiedersi come sia stato possibile spararsi in testa una seconda volta dopo il primo colpo andato a segno.