L’AMERICA DI TRUMP E L’”IPERPERSONALIZZAZIONE” DELLA POLITICA ITALIANA

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EDITORIALE di ANTONIO SPOSITO

Solo per chi non conosce le caratteristiche dell’opinione pubblica americana, l’elezione del 45° Presidente USA Donald Trump e il suo modo di governare possono aver costituito una sorpresa.

In una nazione come gli USA – dove esistono due partiti contenitori ad ampie maglie (Democratici e Repubblicani) – in cui la “personalizzazione” della politica è un elemento antropologico, l’aver eletto negli ultimi quarantanni presidenti così diversi tra loro, quali Reagan, Clinton, Bush padre e figlio, Obama e Trump, è l’indicatore di come l’opinione pubblica autoctona sia fluida, ondivaga, contraddistinta da un “pensiero debole” costitutivo di “ideologie flessibili”, profondamente diverse dalle “ideologie forti” che hanno delineato l’opinione pubblica europea contemporanea, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino.

Donald Trump

Occorre, dunque, chiedersi, quale fetta della società americana si è sentita e si sente ancora rappresentata da Trump – esponente della “improprietà” politica – caratterizzato dall’avversione provata nei confronti dell’establishment tradizionale e “radical chic”, cui, ad esempio, appartiene Hillary Clinton, la quale ha perso anche in alcuni Stati USA roccaforti tradizionali del Partito Democratico. Un Trump in grosse difficoltà, investito anche dalla minaccia di “impeachment”.

Populista e conservatore, la traiettoria di Trump è, per certi versi, simile a quella di Berlusconi, con il quale ha in comune un vissuto imprenditoriale avventuroso e opaco, nonché le uscite improvvide che avrebbero distrutto la carriera di qualsivoglia candidato ma non le loro.

II simbolo della grandeur del Presidente americano è la “Trump World Tower” (edificio di 72 piani), posta di fronte al palazzo dell’ONU, completata nel 2001. Un Trump che ha avuto anche l’impudenza di giustificare la sua evasione fiscale avvenuta nell’arco di un ventennio. Nonostante ciò, per i suoi elettori il fatto di essere ricco significa che non ha bisogno di soldi e che, quindi, farà ciò che ha promesso. Altra similitudine con Berlusconi.

La promessa di prolungare il muro al confine col Messico ha, inoltre, intercettato quel sentimento viscerale di avversione nei confronti degli immigrati, nutrito da un cospicuo numero di bianchi della “middle class” e di appartenenti alle classi sociali rurali.

Trump il trasformista, l’opportunista

Il “trasformismo” di Trump è dimostrato dalla facilità nel transitare impunemente da uno schieramento politico all’altro. È stato, appunto, Repubblicano negli anni 1987-1999 /2009-2011; Indipendente dal 2011 al 2012; Democratico dal 1964-1987/2001-2009.

Trump e il voto delle donne

Secondo le analisi di voto, il gender gap riscontrato nella sua elezione è il più ampio dal 1976. Infatti, nel voto espresso dall’elettorato femminile, Hillary Clinton ha ottenuto 12 punti percentuali di vantaggio, Trump, invece, il 12% in più tra gli uomini. Ma il dato estremamente interessante è la differenza registrata tra le donne bianche laureate e le non-laureate.

Le laureate hanno prediletto Hillary Clinton (51% dei consensi, 45% per Trump), laddove la maggioranza delle donne non-laureate ha preferito il candidato repubblicano (62% contro il 34%). Donne che pur mostrando un certo sconcerto verso le espressioni sessiste di Trump e le accuse di molestie a suo carico, hanno concluso che se lo ha “assolto” finanche sua figlia Ivanka (imprenditrice, madre, modella, personaggio televisivo), persino loro, allora, potevano consentirsi di essere indulgenti.

Le prossime elezioni presidenziali americane sono vicine, si terranno nel Novembre 2020. Vedremo se il “vecchio” Trump sarà rieletto.

In Italia

Dopo la Prima Repubblica – crollata nel 1992 con “Tangentopoli” – il tentativo di risolvere il problema dell’esigua durata e della precarietà dei governi, è andato a scapito della massima rappresentatività parlamentare garantita dal “sistema elettorale proporzionale”. Adducendo tale pretesto si è voluto scimmiottare in modo improvvido Paesi, tra cui gli USA, che adottano il “sistema elettorale maggioritario” (il quale implica l’indicazione preliminare del Premier o del Presidente), sottovalutando la nostrana antropologia dei “campanili”.

Pur di seguire l’enfatizzazione della leadership come panacea di tutti “mali”, in Italia è avvenuta non soltanto la “personalizzazione della politica” ma addirittura la sua accentuazione in “iperpersonalizzazione”. Sono nati, infatti, i cosiddetti “partiti personali”, connotati dai nomi di leader – considerati uomini della “provvidenza” – riportati persino nei simboli correlati. Neanche negli Stati Uniti si è arrivati a tanto.

Senza voler magnificare la Prima Repubblica, con tutto il suo nefasto lascito giudiziario, bisogna però ammettere che al suo interno le identità e le idealità incarnate nei vari comunisti, democristiani, fascisti, socialisti, repubblicani, liberali, almeno si riconoscevano.

A partire da “Tangentopoli” è avvenuta una metamorfosi antropologica ibridativa.

Di fatto, alla sparizione dei “solidi” partiti tradizionali non è seguita la costruzione di grandi contenitori simili ai “partiti leggeri” americani, ma piuttosto il concretarsi di gruppi politici “liquidi”, ad orientamento populista – somiglianti più a “bande” che ad organizzazioni aventi funzioni di “corpi intermedi” – dediti alla incessante ricerca di un consenso simpatetico, emozionale, viscerale, clientelare (forma di consenso espressa maggiormente nel Meridione), scevro di analisi razionale. 

Attualmente nel nostro Paese girovagano raminghi uomini politici senza identità e idealità ben definite. Siamo ordunque al cospetto di comici, guitti da palcoscenico, parvenu e portaborse che fanno i politici e politici che si rendono “comici”, di una comicità tragica, fusi insieme in una sorta di caotico marketing che impedisce ai cittadini di distinguere l’una dall’altra le forze politiche presenti sulla scena pubblica. Quando ciò accade, il pluralismo, da sale della democrazia, diviene soltanto l’illusoria e formale facciata di quest’ultima. Siamo sostanzialmente al cospetto di una “dittatura”. 

Il vuoto, la vacuità, la mancanza di una visione strutturale e organica della società, il populismo, la supremazia della “mediatizzazione”, hanno sancito l’affermazione di improbabili personaggi politici che fanno a gara nel “vendersi” meglio all’opinione pubblica attraverso televisione, radio, “social network”.

Ad onor del vero, tale fenomeno non caratterizza non soltanto l’Italia ma buona parte della cosiddetta società globalizzata, “liquida”, “postmoderna” e “post-ideologica”, in cui, oramai per condurre in modo efficace un’istituzione non contano più il sapere, le competenze, le abilità politiche, ma l’apparire in modo coatto e ossessivo sui “media”, comunicando per slogan come scimmiette ammaestrate.